Sono stati Angela Terzani, scrittrice e compagna di Tiziano Terzani, e lo scrittore e psicoterapeuta Andrea Bocconi i protagonisti dell’incontro “Viaggiare è un altro inizio” svoltosi sabato 15 dicembre alle ore 16, presso Villa la Mausolea di Soci (Arezzo).
L’incontro ha concluso per il 2007 il percorso ‘Le parole e il silenzio, sulle orme di Tiziano Terzani’ organizzato dalla Fondazione in collaborazione con la Fraternità di Romena e con la Comunità Monastica di Camaldoli. E il tema scelto è quello che ha accompagnato tutta la vita del grande giornalista: cioè il viaggio, e il senso per cui ci si muove all’interno del proprio contesto o scegliendo il mondo quale destinazione.
Il viaggio è stato una dimensione centrale nella vita di Angela Terzani: per molti anni ha vissuto insieme al marito e ai due figli in Asia, tra Singapore e Hong Kong, Pechino e Tokyo, un’esperienza di incontro con altri popoli e altre culture raccontata in libri fortunati come Giorni cinesi e Giorni giapponesi e che è stata al centro anche del suo intervento a Soci.
Anche Andrea Bocconi ha fatto del viaggio uno dei temi centrali della sua esperienza di vita e di scrittura. I suoi libri, tra i quali Viaggiare e non partire e Di buon passo esprimono tutto questo: l’etica e l’estetica del conoscere e del conoscersi ora attraversando continenti interi e ora spostandosi a piedi a pochi chilometri da casa.
Nel corso del pomeriggio, inoltre, sono state presentate testimonianze di esperienze singolari di viaggio: nel deserto con Massimo Schiavo e in India con Riccardo e Stefania Ermini. L’incontro, che è stato condotto dai giornalisti Massimo Orlandi e Paolo Ciampi, si è concluso con una degustazione di prodotti tipici locali e dei vini prodotti dalla stessa Fattoria dei Monaci Camaldolesi. Suggestiva la sede scelta: la Mausolea è un prezioso esempio di architettura del Seicento, recentemente restaurato e attrezzato per ospitare convegni e altre iniziative nel cuore del Casentino.


 

 

 

Riflessioni sul viaggiare a cura di Paolo Ciampi

Parole e silenzio: parole che speriamo non siano solo valanghe di chiacchiere che vi rovesciamo addosso, che siano anche parole che emergono dal silenzio e ritornano al silenzio, parole che, almeno in parte, forse possono essere riportate a casa e scavare qualcosa.
E oggi il viaggio, alla ricerca in primo luogo di cosa sia il viaggio, perché il viaggio è davvero tante cose, e magari non è alcune cose che siamo portati a chiamare viaggio, perché il viaggio, quando è vero, non è mai turismo, non è quasi mai fuga, e qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.
Credo che tutti prima o poi si sia sentito quello che il poeta Basho, grande poeta Zen che nel Seicento vagabondò per il Giappone, percepì camminando con i suoi sottili sandali di paglia:
“A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io”
Però c’è di più, perché il viaggio, se è vero viaggio, non è solo la scoperta che nuovi occhi ci donano; è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.
Il viaggio, il viaggio per conoscere la mia geografia, dice Tabucchi:
“Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”.

Viaggiare con...

...Tiziano Terzani

"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo…e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata, e il posto più scialbo, più insignificante della terra, diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare".

Tiziano Terzani

 

 

 

...la famiglia Terzani

Tiziano, Angela, Folco, Saskia

Asia

Singapore

Cina

Hong Kong

Giappone

Thailandia

 

Nel periodo trascorso in Cina accanto al marito all'inizio degli anni ottanta, Angela Terzani ha vissuto giorno per giorno un'esperienza eccezionale:ha visto tutto quanto era lecito vedere e, naturalmente, molto di più. Ha viaggiato in treno, autobus e bicicletta attraverso l'immenso paese, dalle città costiere ai villaggi più remoti; ha incontrato persone dalle provenienze più disparate e dai più diversi destini; i suoi figli hanno frequentato scuole cinesi; la conoscenza della lingua e della cultura cinesi, i contatti con altri giornalisti occidentali, la frequentazione degli ambienti diplomatici hanno fatto il resto. Attraverso il proprio diario, metodicamente tenuto e pazientemente rielaborato, Angela è stata così in grado di gettare uno sguardo dietro la facciata e di cogliere la tragedia del recente passato, nel quale una cultura millenaria era stata coscientemente distrutta. In queste pagine rivivono i terrori della rivoluzione culturale, quell'immane tentativo di forgiare un uomo nuovo e una nuova società che scatenò invece una vera e propria guerra civile. Traspare anche la dimensione quotidiana della vita del dopo-Mao, sulla quale aleggia come un 'pulviscolo d'oro' il ricordo di un'antica Cina ormai scomparsa.

"Pedalando ieri con la famiglia attraverso Pechino per sentirne il polso dopo l'estate, non riconoscevo più i miei hutong intorno alla Città Proibita. Dovunque la serpeggiante armonia di mura e portoni è stata raddrizzata da nuovi cubi grigi. Eppure su Pechino aleggia ancora uno splendore che non è solo autunnale. E' come se questo luogo nella grande piana settentrionale fosse segnato da una luminosità che suggerisce, anche a chi non ha ricordi, che questa è stata una volta una delle più belle città del mondo".

 

Frutto di cinque anni intensi di vita basata a Tokyo e vissuta a fianco del marito giornalista, il diario giapponese di Angela Terzani ci offre la straordinaria opportunità di osservare dall'interno i complessi meccanismi della società nipponica contemporanea e di scoprire cosa si nasconde sotto un'apparenza tanto affascinante quanto impenetrabile. I piccoli problemi della vita quotidiana (una casa da mandare avanti, due figli da seguire negli studi e nel tempo libero) si alternano così ai momenti ufficiali, i viaggi nei luoghi della natura e della storia alle frequentazioni di quelli del potere. Giorni giapponesi è un diario costruito come un romanzo, tra continue scoperte, felici intuizioni, fresche annotazioni e riflessioni più profonde che ci rivelano nella loro peculiarità la cultura, l'organizzazione sociale e il modo di pensare del mondo nipponico.

"Dalla finestra dell'albergo vedo il cono del monte Fuji, bianco e immateriale nell'aria decembrina. Il lago in cui si specchia sciaguatta contro il muro di retta del giardino. Il cielo è azzurro, dorato di sole. Una nebbia leggera sale dall'acqua. Le coppie che passeggiano lungo la riva scattano foto e gettano sassi di lava nelle onde piatte. L'albergo si chiama 'SPG' (Such Pleasant Group), il ristorante 'Italian Tomato', il bar 'Michel's'. E questo è il Giappone?"

 

Orsigna

L'ultimo viaggio...

 

...Andrea Bocconi

Sparire. Non un semplice viaggio, non una frettolosa fuga. Andare via per cercare un altro luogo dove restare, dove perdersi. Forse tutti lo hanno sognato, magari molti lo hanno annunciato ad alta voce, qualcuno ci ha pure provato, pochi ci sono riusciti. Andrea Bocconi lo ha fatto. Ha comprato un biglietto aereo per il giro del mondo da compiere in un anno: l'unica regola, mai tornare indietro. Ma come si parte per il giro del mondo ? Come lo si spiega agli amici? Come lo si spiega alla fidanzata? E al datore di lavoro? E che valigia bisogna portarsi dietro? Andrea Bocconi ce lo racconta nelle pagine del Giro del mondo in aspettativa, un libro sul viaggiare e sui modi e luoghi in cui sperdersi per, forse, ritrovarsi. Partito da Lucca con destinazione Zurigo, arriva come prima tappa negli Stati Uniti. E poi a Tahiti, alle Figi, in Australia, in Giappone, in Tailandia, nell'amata India, in Indonesia... E il ritorno? Bisogna ritornare per forza? Bocconi lo ha fatto, non ha trovato il luogo in cui sperdersi ma in fondo ha vissuto un sogno. Che non è detto non si realizzi la prossima volta.

"I luoghi di perdizione sono innumerevoli e non consistono solo in bordelli, fumerie o bische clandestine. I modi per sperdersisono molti, e assai più sofisticati di quanto si possa credere: ve ne sono tanti quanti sono i motivi che spingono una persona a sparire, a cancellarsi, a reinventarsi non solo un luogo ma una storia, o molte, un'identità, o molte".

Si può viaggiare in tanti modi:c'è chi viaggia sempre e non parte mai; c'è chi parte e va lontano senza bisogno di viaggiare; c'è chi parte e viaggia e c'è chi non parte e non viaggia. Viaggiare e non partire è dedicato a tutti coloro che viaggiano, fisicamente o solo con la fantasia. Un libro in cui si trovano consigli, riflessioni, massime, esperienze dei viaggi più disparati. Ma anche una bibliografia, poco ragionata, sui libri dei grandi travellers. E inoltre interviste ad antropologi, esploratori, mitici viaggiatori come Fosco Maraini. E infine, un manuale sul dove, come, con chi viaggiare (o non viaggiare). Andrea Bocconi non ci conduce solo nel mondo del viaggio: ci trasmette la sua passione, la sua etica ed estetica del viaggio, lui che si definisce "un viaggiatore per niente pentito". Tiziano Terzani lo ha definito: "Un libro intrigante e godibile, un affascinante 'viaggio nel viaggiare'."

"<<Non si sta bene che altrove>> ha detto qualcuno: è un programma, una dichiarazione di fede o di sfiducia. Da sempre anime inquiete trovano nel viaggio un momento in cui la vita vibra a frequenze inconsuete. L'inaspettato, lo sperdersi, ci fa sentire più vivi, attiva i sensi, sconquassa i pregiudizi. Lo spaesamento rompe gli schemi mentali in cui incaselliamo il mondo...Si incontrano nuovi odori, nuovi sapori, cambiano le regole del gioco.Dobbiamo imparare molto, nulla è più scontato, neppure prendere un autobus o ordinare un piatto al ristorante. Nessuno ci conosce, nessuno connette il vostro volto a una storia, a un nome. La vecchia identità non funziona più, veniamo visti e guardati in modo nuovo, vediamo e guardiamo in modo nuovo. Può essere un momento per cercare un io più vero, più profondo, oltre i trucchi e le convenzioni. Oppure possiamo provare trucchi diversi, altre maschere, e in una libertà eccitante ben al di là di ogni carnevale esplorare altre vite possibili".

Andrea Bocconi questa volta parte a piedi. Non si allontana di molto da casa, non sonda il fascino di luoghi esotici e non vive avventure in paesi remoti e stranieri. Eppure scopre, tra il Casentino, l'Umbria e la Romagna, un mondo davvero lontano e, forse ancora di più, un tempo completamente diverso dal suo. Recuperando il modo più antico di viaggiare, si addentra in boschi solitari, costeggia giardini e prati cintati, ostacolo spesso insormontabile che lo costringe a itinerari tortuosi, avanza per brevi tratti fra le auto su strade di periferie urbane; dorme in tenda in luoghi a volte accoglienti, altre volte poco rassicuranti, o in rifugi e locande fuori mano. Incontra persone, animali, pievi, amici che vengono a visitarlo nella memoria. Raggiunge le sorgenti dei fiumi madri della nostra civiltà, il Tevere e l'Arno, e ripercorre, interrogandoli e aprendosi al loro fascino, i luoghi della tradizione francescana, ritrovando le tracce di un passato, quello del '200 e del '300, che ancora pervade silenziosamente il nostro presente. E, a conclusione delle ventidue giornate di questo singolare viaggio, muta il suo (e il nostro) senso del tempo e delle distanze, consegnandoci una guida ideale e irrituale.

"A piedi. Sì, a piedi. Da casa a casa, passando per tanti luoghi che mi attraggono e per altri che ancora non so. Sono abbastanza anziano per apprezzarlo e abbastanza in forze per poterlo fare. Ho conosciuto molti vecchi che camminavano per i monti, si può fare sempre, se le ginocchia funzionano".

 

...Bruce Chatwin

Questo era Bruce Chatwin, stivali al collo e addosso una giacca a vento stropicciata, di quelle che si piegano e occupano poco spazio dentro lo zaino, accanto ad una penna e ai 'cahiers' per gli appunti di viaggio. Lo sguardo intenso ma sfuggente che risalta nel bianco e nero, la posizione come di partenza, come di fretta, gli scarponi legati attorno al collo, lo zaino sulle spalle. Fu un viaggiatore con la capacità di rendere coloro che incontrava schiavi di un raro, autentico, irresistibile fascino. Sono tanti i motivi per viaggiare, perché puoi viaggiare per avventura e per irrequietezza, per noia e per curiosità, per ansia spirituale e per trovare conferma a una possibile pienezza dell’anima. Per scoprire qualcosa di nuovo e per ritrovare quello che si è perso. Per abbandonare quello che si è o si ha o per trattenerlo.
E per tutto questo insieme.
Ancora sembra di vedercelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, a suo modo fortunato ma soprattutto irrequieto.


Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni o all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.
Chatwin ha sicuramente viaggiato per molti motivi. Ma io penso che il maggiore sia stata l’irrequietezza. Proprio così si chiama uno dei suoi libri – Anatomia dell’irrequietezza – e l’irrequietezza è quella che a un certo punto della sua vita gli ha fatto tagliare di netto con tutto quello che aveva fatto fino a ora, lui che era un affermato consulente della casa d’aste Sotheby’s. Eppure a un certo punto va via e non si ferma più. Capisce che non può non essere sempre in viaggio, che non può non vedere ogni cosa con lo sguardo di chi vuole andare più lontano, vedere sempre più lontano.
Per questo forse capisce più di tanti altri che la vita dell’uomo è sempre stato movimento, incontro e ovviamente anche scontro di popoli in cammino. Ci ha consegnato pagine memorabili sulle relazioni intrecciate e complesse che hanno legato i popoli delle città, sedentari e costruttori di civiltà durevoli, ai popoli nomadi con le loro tende continuamente spostate, con la loro fame di terra da attraversare piuttosto che da coltivare, con le loro civiltà senza mattoni e spesso senza parola scritta, civiltà come segni tracciati sulla sabbia.
Lui, non c’è dubbio, si è sentito un nomade tra i nomadi, con la differenza che ci ha regalato libri memorabili. È stato un viaggiatore con bagagli leggeri, anche se poi si è sempre portato molto di sé. Il suo è stato un viaggio che resta educativo, viaggio verso l'esterno ma anche dentro ognuno di noi, viaggio interiore per capire. Si mette a camminare assegnando alle sue caviglie l'ufficio della ricerca e della conoscenza e soprattutto si pone una domanda che bisognerebbe farsi anche noi sempre:

“Che ci faccio qui?”

 

...Ryszard Kapuscinski

Questo signore che mi immagino sempre sorridente è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.
La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.
Non credo che si sia fermato più. Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra. Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.
“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”.
Kapuscinski era sicuro che se aveva potuto conoscere e raccontarle, queste cose, era perché era riuscito a farsi trattare dalla gente come uno di loro. Non era uno che andava negli alberghi di lusso costruiti negli inferni della terra.

“Il modo migliore per sciogliere il ghiaccio è il sorriso”.


Diceva pure che un reporter non può essere cinico. Nel suo giornalismo, nel suo viaggiare, in effetti, tutto dipendeva dagli altri, era essere con gli altri, vivere con gli altri.
“Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo momento, una parte del loro destino”.

 

...Emilio Salgari

Pascal affermava:
“La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”.
Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro, che invece viaggiando si è spinto fino ai mari del Sud, invece diceva:
“Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .
Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a questo signore qui, che mi ha fatto viaggiare per il mondo come se avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.
Ripenso a questo signore che si faceva chiamare capitano di lungo corso, che raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, che girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà e che la domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.
So che questo signore da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.
Da allora questo signore gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.
Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.

Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Questo signore, che anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai, si chiama Emilio Salgari. E quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia.
Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.
Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

 

...i Pellegrini

Un vincolo strettissimo collega la mente ai piedi

"Solvitur ambulando" - "Camminando si risolve" è il motto dei pellegrini di Santiago di Compostela


L’uomo è veramente lontano dal possedere
ciò che gli è più necessario del mangiare e del vestire;
egli è lontano dal trovare se stesso.
La storia dell’uomo è la storia del suo viaggio verso l’ignoto
in cerca della comprensione del suo Sé immortale, la sua anima.

Rabindranath Tagore

 

 

 

 

Canzone di viaggio di Hermann Hesse

Sole illumina il mio cuore,

vento disperdi le mie pene e i miei lamenti!

Piacere più profondo non conosco sulla terra

se non di andare lontano.

Per la pianura seguo il mio corso,

il sole deve ardermi, il mare rinfrescarmi;

per condividere la vita della nostra terra

dischiudo festoso i miei sensi.

E così ogni nuovo giorno mi deve

nuovi amici, nuovi fratelli indicare,

finchè lieto posso tutte le forze celebrare,

e di ogni stella diventare ospite e amico.

Concludendo...

Credo che questo nostro incontro ci sia servito almeno a capire che il viaggio, se è vero viaggio, ci fa solcare oceani, attraversare continenti, macinare sterminate distanze solo per riscoprirci più vicini a noi stessi.
Un tempo quando pensavo al viaggio mi vedevo sempre a partire, magari con le valigie ancora da fare.
Ora quando penso al viaggio penso al ritorno. Penso alla domanda di uno dei grandi scrittori romantici tedeschi, Novalis: Dove siete diretti? E la risposta è: sempre verso casa.
Allora mi chiedo e chiedo: sentite anche voi che il viaggio è in realtà sempre un ritorno, che può concludersi solo a casa?

 

Con Massimo Schiavo nel deserto...

Il deserto è un luogo dove si compie l'esodo dalla schiavitù alla libertà. E' un ritorno all'essenzialità, al silenzio, alla lentezza, alla leggerezza, alla contemplazione, alla riflessione, al ridimensionamento di se stessi, alla percezione della propria piccolezza di fronte all'immensità del creato.

"Allontanate le tende e avvicinate i cuori"

(proverbio Tuareg)

 

 

Le parole per continuare a viaggiare...

riferimenti bibliografici a cura di Paolo Ciampi

 

Ryszard Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli 2003

L’incredibile avventura di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussia, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così un suo cammino di libertà e scoperta, imprevedibile, quasi impossibile.
Un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché Kapuscinki ci ha insegnato il viaggio come stupore, come rivelazione in cui perdi le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.
Il viaggio, nelle sue parole, è davvero un’esperienza unica, irripetibile, perché anche se sei sempre con le valigie in mano il luogo in cui sei giunto ti viene concesso una sola volta nella vita.
E il sorriso, più che la penna, può aiutarti a schiudere i misteri del mondo: un sorriso, è ovvio, che non sia ipocrita, posticcio, ma venga dal profondo del cuore. Perché proprio questo è il grande insegnamento del giornalista polacco: se vuoi raccontare il mondo, non puoi che essere un uomo buono.
“Non ho mai incontrato un reporter cinico. È un mestiere troppo difficile per i cinici, richiede troppo sacrificio e impegno. Non si può farlo solo per i soldi”.

Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi 1990

Ancora sembra di vedercelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle, Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, a suo modo fortunato ma soprattutto irrequieto. Un uomo che sembra fatto apposta per regalarci dei sogni da tenerci stretti, per riscaldarci il cuore.
Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.
Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che ha un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprio in queste pagine, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.
Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.
“Che ci faccio qui?”
.

Cees Nooteboom, Hotel Nomade, Feltrinelli 2002

Indugi sulle sue pagine e non puoi non pensare alle parole di un filosofo arabo del dodicesimo secolo, Ibn al-Arabi: “Non appena vedi una casa dici: voglio restare qui, ma appena arrivato lì la lasci di nuovo per metterti in cammino”.
Cees Nooteboom è uno dei grandissimi scrittori europei dei nostri anni, ma soprattutto è un nomade caparbio, appassionato, incapace di darsi tregua. Un giorno si è messo sulle spalle lo zaino, ha salutato la madre, è saltato su un treno ed è diventato una freccia puntata sulla lontananza.
Da allora non si è più fermato, però ci ha messo un po’ più di tempo e di esperienza per capire che in un posto comunque è rimasto sempre: proprio quel posto dove è solo con se stesso.
In questo libro le infinite stanze di albergo del suo errare diventano le stanze della sua anima: e lui le apre per farti entrare e accoglierti.
“Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell’occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l’occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell’occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco”
.

Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori 2006

Scritti sparsi, appunti, riflessioni che abbracciano un quarto di secolo di esperienze di incontro con il mondo – o con i mondi – del grande scrittore triestino. Lui è da sempre convinto che viaggiare sia una scuola di umiltà, perché viaggiare, dice, “fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra”.
E noi siamo con lui, e come lui persuasi che in viaggio le cose non accadono, ma piuttosto cadono: perché vengono meno le certezze che ci hanno accompagnato a lungo.
Poi però per strada trovi tesori che nemmeno si poteva immaginare. E il viandante torna sempre più ricco a casa, perché anche questo è vero: il viaggio in realtà è sempre un ritorno.
“Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite… E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine. Non per nulla il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa”.

Andrea Bocconi, Di buon passo, Guanda 2007

Ovvero, come la verità dei luoghi può essere assorbita solo con il dono della lentezza, in un procedere che è un lieve caracollare. Perché se sei un proiettile che squarcia il mondo, quel mondo non lo capirai mai, gli potrai fare solo del male. E davvero, dello spirito di quei luoghi non riuscirai mai a impregnarti.
Ma se scegli la lentezza allora puoi entrare in un convento o montare la tenda sul limitare di un bosco, riposare il tuo corpo poco allenato in una trattoria su cui non avresti scommesso due lire, oppure spendere le tue prime parole al mattino con gli sconosciuti di un paesino di montagna.
Puoi fare questo e puoi fare altro: ma in ogni caso è così che impari qualcosa di più del mondo che ti circonda e del mondo che sei tu. È così che capisci perché lo fai.
Andrea Bocconi questa volta non va lontano, come ha fatto in altri libri, saltando di continente in continente. Non va lontano, e va anche piano, a piedi per un mondo di cui dovrebbe sapere fin troppo. Un fazzoletto di terra tra la Toscana, l’Umbria e la Romagna: ma quanta storia c’è qui, e quante storie. Ditelo ai fanatici del turismo estremo: il viaggio è qui, dietro casa.
“A piedi. Sì, a piedi. Da casa a casa, passando per tanti luoghi che mi attraggono e per altri che ancora non so. Sono abbastanza anziano per apprezzarlo e abbastanza in forze per poterlo fare. Ho conosciuto molti vecchi che camminavano per i monti, si può fare sempre, se le ginocchia funzionano”.

Paolo Rumiz, È Oriente, Feltrinelli 2003

Da Berlino a Istanbul sull’Orient Express, oppure da Trieste a Vienna in bicicletta, o ancora sul Danubio a bordo di una chiatta.
Difficile dire quale dei sei viaggi raccontati in questo libro sia il più intrigante, il più denso di rivelazioni su un mondo e un’umanità che abbiamo giusto dietro casa – perché l’Oriente di cui si parla non è quello dell’Asia più remota – e che pure ci riesce più distante della Thailandia. Fate voi: a ognuno il suo viaggio, anche sulla carta.
Da anni Rumiz ci tenta con il fascino irresistibile di itinerari nello spazio e nel tempo. E noi ben volentieri ci lasciamo catturare, persuasi che ogni sua pagina è un passo in un mondo più grande.
Persuasi e convinti anche da quanto lui va proclamando, perfino sulla quarta di copertina di questo libro. Perché poi qual è l’eterno mistero, il dolce mistero che da sempre lega il viaggio al suo racconto?
“Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell’uomo da millenni di cammino, se il narrare (assieme al cantare) non nasca nell’andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più”.

Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli 2002

C’è il Po, il grande fiume che scorre placido dandoti un’illusione di eternità. E c’è la pianura che il Po attraversa, con le sue distese dove puoi lanciare lontano lo sguardo, le sue nebbie e i suoi contorni sfumati, le sue stradine che seguono il fiume come un ospite dimesso. E poi c’è l’uomo, che su queste stradine cammina, seguendo il fiume, per arrivare dove il mare di terra diventa semplicemente mare. Insomma, un altro viaggio sotto casa, impastato di quiete, riflessione e nostalgia, un altro viaggio per dimostrarci che non è dove vai, ma come vai, perché ovunque c’è una frontiera e un orizzonte, una soglia che ti apre un mondo e un incontro che può cambiarti la vita.
Celati, in questo libretto, ci aiuta a capirlo meglio, portandoci anche un altro regalo: la possibilità di un ritmo diverso da imprimere alle nostre giornate, grazie a gesti semplici, semplicissimi, fosse solo sedersi su un argine per rimirare l’acqua che se ne va verso la foce.
“Anche le parole sono richiami, non definiscono niente, chiamano qualcosa perché resti con noi. E quello che possiamo fare è chiamare le cose, invocarle perché vengano a noi con i loro racconti: chiamarle perché non diventino tanto estranee da partire ognuna per conto suo in una diversa direzione del cosmo, lasciandoci qui incapaci di riconoscere una traccia per orientarci”.

William Least Heat Moon, Strade Blu, Einaudi 1989

Aveva ragione, Marcel Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Già, il viaggio, se è vero viaggio, racchiude sempre in sé la possibilità di una rivelazione che in realtà è una metamorfosi. Leggete questo libro, per persuadervi, senza lasciarvi impressionare dalla mole: si legge di un fiato.
L’autore è un discendente degli antichi padroni delle praterie, i guerrieri Sioux, ma oggi è solo una persona che ha perso insieme il lavoro e la moglie. Le strade blu, invece, sono le strade secondarie che nelle vecchie cartine geografiche sono segnate appunto in blu: strade poco battute e quasi dimenticate, strade che non cercano mai la via più corta, strade che a volte danno l’impressione di non portare in nessun posto. Niente di meglio per un uomo in crisi, che non sa dove andare, ma sa che deve andare. Così Least Heat Moon, parte da solo, su un furgone che ha deciso di chiamare Ghost Dancing, come la danza degli indiani. Rifugge le highways che solcano l’America come possenti arterie dove pulsa veloce il traffico e si perde in un mondo rarefatto, fatto di distanze, silenzi, abbandoni. E proprio nei posti dove non c’è niente trova tutto. Perché il tutto può essere anche un suono a cui non avevi mai prestato attenzione o il colore mutevole enigmatico di una strada blu al tramonto.
“Sulle vecchie cartine stradali d'America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie in blu. Adesso i colori sono cambiati, ma subito prima dell'alba e subito dopo il tramonto - brevi istanti né giorno né notte - le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un'arcana tonalità blu. È l'ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l'uomo può perdersi”.

Infine due grandi classici per ritornare alle sorgenti del viaggio.

Tra i tanti, perché non leggere il Viaggio in Italia di Michel de Montaigne? Fa bene immergersi in queste pagine, che qualcuno indica come il capostipite della moderna letteratura di viaggio. Ed è vero, questo diario di viaggio è stato scritto addirittura nel 1580, i vari Goethe e Stendhal sono arrivati molto dopo. Nonostante i secoli proprio questo rimane il più moderno, se moderno, in questo caso, è la consapevolezza del viaggiatore che non si sente superiore a colui che incontra. Non è viaggiare, dice Montaigne, se percorri il mondo lamentandoti per ciò che hai perso a casa.
“Viaggiare vuol dire strofinare il cervello contro quello degli altri”.

Ma la letteratura di viaggio non comincia forse agli albori della nostra stessa civiltà? Non dimentichiamolo, c’è un capolavoro che è già la storia di un uomo errabondo ed è l’Odissea. Torniamo ai suoi versi, torniamo al mito di Ulisse, così come ce l’hanno raccontato anche altri poeti, come Kafavis nella sua Itaca e come Dante: come un uomo dilaniato dalla voglia di tornare nella sua isola, alla sua casa, e dalla fame di conoscenza che lo porta oltre le colonne di Ercole, verso il naufragio
Senza dimenticare – e spesso lo facciamo – che nella sua peregrinazione Ulisse viene accolto bene da tutti: e sarà perché nei tempi antichi era impossibile sapere se l’ospite arrivato fosse un uomo o un inviato degli dei.

“Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca”.

(Constantinos Kafavis)

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.
(Dante, Inferno, canto XXI)

 



Foto di: Massimo Schiavo, Vincenzo Cottinelli, Andrea Pistolesi, Mario Vianelli, Olivier Follmi, archivio Terzani