| Un sabato pomeriggio pre-natalizio,
tutti affannati a fare compere, a riempire quel già tanto pieno che caratterizza
la vita degli uomini del terzo millennio, non tutti però: qualche centinaio
di persone, rappresentative del variegato panorama generazionale, ha preferito
rinunciare allo shopping, ad un giorno frenetico come tanti altri, per parlare
con calma, per discutere di argomenti che, in una veste o nell'altra, toccano
ciascuno di noi. Perché quando si parla di "scuola come elemento di crescita"
, di confronto generazionale, di giovani, si parla di futuro, e ci si sente
tutti coinvolti: genitori, insegnanti, studenti, figli. Stimolati, ma anche
provocati dalla testimonianza del prof. Marco Lodoli, scrittore romano
ed insegnante in una scuola di borgata, i presenti all'incontro del 14 dicembre
al cinema Dante di Poppi, organizzato dalla Fondazione, hanno saputo confrontarsi
in modo costruttivo. Sì, lo scontro c'è stato, accuse reciproche del tipo:
" è in corso un genocidio delle intelligenze, non siete più in grado
di ragionare, faticate a leggere, e la replica : "noi giovani siamo così
perché voi ci avete educato così", oppure "non sappiamo ragionare perché
non ci chiamate a ragionare", o anche "non è vero che siamo tutti così,
c'è anche una buona parte di noi che sa ragionare, che legge, che non fuma",
e poi "voi insegnanti dovete stimolare il nostro interesse, dovete amare
la vostra materia per farcela amare"… Ma, come ha detto Lodoli, dobbiamo
superare la sterile polemica tra giovani ed adulti, la contrapposizione
generazionale; lo scambio di accuse è improduttivo, il nemico è altrove,
dobbiamo essere uniti per combatterlo. Ma quale è il nemico ? La cultura
massificante, un'ecosistema culturale inquinato, il bombardamento di stimoli,
il tutto pieno, la mancanza di spazi vuoti, di silenzio, il tutto e subito,
la velocità del nostro vivere, lo scorrere frenetico del tempo, tutte cose
che hanno prodotto delle esistenze menomate, delle adolescenze smarrite,
provocando ferite più profonde in chi, come i giovani, è più fragile e non
ha conosciuto un prima e un poi. La scuola, questo "grande circo invalido",
come lo definisce Lodoli, dove ogni giorno si confrontano generazioni e
vissuti diversi, ha sottolineato lo psicologo Giovanni Abignente,
non va vista soltanto come travaso del sapere, ma come un sistema di relazioni
fra insegnanti e allievi, ma anche tra allievi e tra insegnanti, un sistema
dunque complesso dove si concentrano le aspettative delle famiglie e della
società. L'insegnante pertanto non dà solo cultura ma anche presenza e non
può prescindere dal vissuto dei propri allievi, in pratica deve essere un
po' psicologo, un po' genitore, un po' adolescente. La cultura deve dare
spazio alle emozioni, sono necessari "testa e cuore"; il pensiero per funzionare
ha bisogno di essere connesso alle emozioni e purtroppo i giovani di oggi
hanno difficoltà ad entrare in contatto con la propria sfera emotiva; lo
zapping televisivo si concretizza spesso nel vissuto, con passaggi veloci
dalla parola all'azione senza passare attraverso il pensiero, il risultato
spesso è un'azione autodistruttiva senza l'elaborazione di una propria individualità. |
|
"Io prof nell'aula in tempesta" di Marco Lodoli
(La Repubblica, 23 gennaio 2001)
Dal 1981 passo tutte le mie mattine tra la cattedra
e i banchi, cercando di insegnare qualcosa di italiano e di storia, e
intanto discutendo con gli alunni intorno a tutti i temi importanti dell'esistenza.
Devo dire che per me lavoro più emozionante non esiste. Ho collaborato
a programmi radiofonici, a case editrici, a riviste e giornali, ho scritto
romanzi e articoli, testi teatrali e sceneggiature, ma nulla mi ha dato
le stesse emozioni, nulla mi è parso mai così decisivo come le ore che
continuo a trascorrere insieme a quegli adolescenti, in classi mal riscaldate,
tra pareti spesso imbrattate da frasi d'amore e d'odio. E' come stare
in mezzo al mare su una barca che scricchiola: e a volte c'è una bonaccia
preoccupante, a volte onde fragorose, non si può mai sapere in anticipo
cosa accadrà, ma è comunque un viaggio di cui il comandante è responsabile.
Questo compito produce nei professori un'ansia notevole, che può tradursi
in un terribile senso di frustrazione. Oggi più che mai ci sono programmi
da rispettare al millimetro, imprescindibili obiettivi didattici e formativi.
C'è una scienza dell'insegnamento sempre più rigida, e bisogna rendere
conto dei metodi e dei risultati sui registri e su mille altre carte.
L'insegnante è chiamato a imbrigliare la forza anarchica della giovinezza,
a darle una forma misurabile, prevista in ogni particolare dal ministero.
E invece davanti a sè ha studenti che si distraggono, che hanno voglia
di muoversi, che perdono sangue dal naso, che a volte hanno un fratello
spacciatore in galera e una madre col cancro in ospedale, sembrano morire
nel vuoto, e allora si scrive qualcosa sulla lavagna, per salvare una
frase, un mezzo concetto: poi si guardano quei caratteri bianchi, quelle
frasi di gesso appuntate nel nulla, e somigliano a degli S.O.S, a messaggi
lanciati in mezzo a un naufragio. Può venire lo scoramento, lo capisco,
accade anche a me. Una lezione preparata con cura sembra sbriciolarsi
contro l'indifferenza totale; i versi sublimi di un genio possono venire
interrotti dalla voce seccata di un ragazzo che domanda: "Ma a me cosa
me ne frega di Angelica o di un passero solitario, che me ne viene? A
che mi servono queste lagne? Cosa c'entrano col mondo di oggi, professore?".
E allora si ricomincia da capo a discutere della forza del denaro e della
televisione, e il tempo scorre nel caos e pare che non ci sia più niente
da fare contro quelle potenze invincibili, che la nostra barchetta sarà
spazzata via da incrociatori spaventosi sui quali gli studenti sembrano
pronti ad imbarcarsi, hanno già addosso le divise Nike e Adidas. Sembra,
pare, ma non è così, non è per niente così. La verità è che i ragazzi
sono naturalmente dei provocatori, lo sono sempre stati, anch'io lo ero.
Non vogliono restare buoni e fermi come otri da riempire, hanno bisogno
di accendere nella loro coscienza uno scontro tra le forze in campo: da
un lato i messaggi violenti di una società tutta improntata ai miti della
felicità e del successo, della fretta e del cinismo; dall'altro il senso
innato della giustizia, della bellezza, della ricerca. Stanno indecisi
al centro della tempesta, sono nervosi, inquieti, infastiditi dalla loro
stessa incertezza. Usare le punizioni e i sette in condotta come metodo
di pacificazione non ha alcun senso. Il professore è chiamato duramente
a dimostrare che le cose di cui parla non sono chiacchere astratte, ma
motivi che hanno innanzitutto formato la sua vita, e ancora la formano.
Può sembrare paradossale, ma l'insegnante insegna soprattutto ciò che
lui è, momento dopo momento. Se lui crede a ciò che dice, se lo dimostra
nel suo comportamento, allora ci crederanno anche i suoi alunni. Loro
hanno davanti agli occhi un mondo modellato da adulti che giocano in borsa,
che non leggono una riga, s'ubriacano di televisione e Valium e però ipocritamente
pretendono che i loro figli siano colti e sensibili. La mia impressione
è che quel mondo ai ragazzi non piaccia affatto, lo subiscono, lo ripetono,
ma ancora non lo amano. L'altra faccia della luna sono quegli insegnanti
che passano la mattina con loro, uomini e donne vestiti maluccio, con
pochi soldi, la macchina vecchia, che parlano di un'altra vita, di altri
valori. Quegli uomini e quelle donne non devono scoraggiarsi, perchè le
loro parole, se pronunciate con convinzione, se sono davvero le parole
sincere della propria vita, comunque arrivano, sono semi che segretamente
attecchiscono. Ho visto studenti ridere in faccia agli insegnanti, ma
li ho visti anche piangere come vitelli ai funerali di un vecchio professore
che fino alla fine veniva a scuola in autobus.
"Il silenzio dei miei studenti che non sanno
più ragionare" di Marco Lodoli (La Repubblica, 4 ottobre 2002)
L'ottimismo, anche se temperato dal dubbio e
dal buon senso, è un dovere di ogni insegnante, che deve comunicare ai
suoi alunni sempre e comunque un po' di fiducia nella vita. Dunque anche
io cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, di incoraggiare ogni volontà
di miglioramento e di rimarcare gli aspetti più belli dell'esistenza.
Eppure da un po' di tempo un pensiero atroce si è installato nella mia
mente, mi tormenta, mi perseguita, e ormai sono arrivato al punto di doverlo
assolutamente comunicare a chi per età, lavoro, interessi, è lontano dal
mondo dei ragazzi. La cosa è questa: a me sembra che sia in corso un genocidio
di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze
degli adolescenti, il bene più prezioso di ogni società che vuole distendersi
verso il futuro. Non dovete prendere questa mia affermazione in modo metaforico,
e non dovete neanche pensare a una delle solite tirate contro i giovani
che non hanno voglia di fare niente, che disprezzano i valori alti e la
cultura. Non si tratta di denunciare un certo naturale menefreghismo e
nemmeno l'inclinazione ossessiva al consumo che dimostrano i gruppi giovanili.
La mia non è la sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui
i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Io sto notando
qualcosa di molto più grave, e cioè che gli adolescenti non capiscono
più niente. I processi intellettivi più semplici, un'elementare operazione
matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il semplice resoconto
di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film, sono
diventati compiti sovrumani di fronte ai quali gli adolescenti rimangono
a bocca aperta, in silenzio. Le qualità sentimentali sono rimaste intatte,
i miei alunni amano, odiano, fanno amicizia, si emozionano, si indignano,
arrossiscono, ridono, piangono, tutto come sempre, ma le capacità logiche,
mentali, paiono irreparabilmente compromesse. In ogni classe ormai ci
sono almeno due o tre studenti che hanno bisogno dell'insegnante di sostegno:
voi penserete che si tratti di ragazzi affetti da qualche handicap fisico
o da qualche grave disturbo mentale, ma spesso non è così. All'inizio
è persino difficile distinguerli dagli altri, perchè nella classe paiono
tutti ugualmente storditi, come se i cervelli avessero subito qualche
lieve ammaccatura. Questi quindicenni sono sani e pressochè normali, e
a me sembrano solamente l'avanguardia di un mondo diretto verso le tenebre.
Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i dati più
elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che accadono
davanti a loro, che accadono a loro stessi. Ripeto: sono appena più inebetiti
degli altri, come se li precedessero di qualche metro appena nel cammino
verso il nulla. Loro vengono considerati ragazzi in difficoltà, ma i compagni
di banco, quelli della fila davanti o dietro, stanno quasi nelle stesse
condizioni. Gli insegnanti si fanno in quattro, cercano di rendere le
lezioni più chiare, più dirette, si disperano e si avviliscono, ma non
c'è niente da fare, le parole si perdono nel vento, sono semi che rimbalzano
su una terra asciuttissima che non fiorisce mai. La cosa più triste è
che questo deficit progressivo dell'intelligenza si nota soprattutto nei
ragazzi delle classi sociali più povere. I giovani borghesi hanno in casa
libri, dischi e computer, hanno genitori ambiziosi e fratelli in carriera,
hanno cento stimoli in più per andare avanti decifrando in qualche modo
la realtà. I giovani delle borgate sono avvolti da un'ottusità che fa
male. Veramente non capiscono nemmeno chi sono e cosa stanno facendo,
spesso non sanno più incollare una parola all'altra, un pensierino a un
altro pensierino. Sono perduti in una demenza progressiva e spaventosa.
Crescono rintronati dalla televisione, dalla pubblicità e da miti bugiardi,
da una promessa di felicità a buon mercato, da mille sirene che cantano
a squarciagola, e accanto a loro non c'è altro che riesca a farsi spazio.
E così, poco alla volta, perdono ogni facoltà intellettiva, fino a diventare
totalmente ottusi. Sia chiaro: il problema è che non riescono a ragionare
su nessun argomento, perchè qualcosa nella testa si è sfasciato. Vi prego
di credermi, non sono un apocalittico, non grido al lupo al lupo solo
per creare apprensione. Sono semplicemente un testimone quotidiano di
una tragedia immensa. Il nostro mondo è in pericolo non solo per l'inquinamento,
la violenza, l'ingiustizia, il prosciugamento delle risorse prime. La
nostra civiltà rischia grosso soprattutto perchè la confusione sta producendo
esseri disadattati, creature che non saranno in grado di cavarsela, milioni
di giovani infelici che strada facendo, la strada che noi adulti abbiamo
disegnato, hanno perduto il pensiero. Dopo essersi spente nelle campagne,
le lucciole ora si stanno spegnendo anche nelle teste.
|